Quali discriminazioni uniche subisce una donna migrante?

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Con questo articolo AltrAgorà aggiunge un nuovo percorso alle proprie progettualità.
Un percorso che nasce da un’esigenza avvertita collettivamente, ovvero di mettere a frutto e a servizio i saperi e le conoscenze moltitudinarie che ciascuno di noi, che siamo tutti studenti universitari all’inizio o al termine del proprio percorso, apprende e veicola quotidianamente. Nella consapevolezza che la conoscenza è tale solo se peer-to-peer e meticcia.
Nella pratica AltrAgorà lavorerà su cicli di due/tre mesi, a seconda della durata dell’interesse sull’argomento, attorno a due filoni di ragionamento contemporanei sui quali due redazioni reticolari e fluide, costituite in seno ad AltrAgorà ma nelle quali cercheremo sempre di coinvolgere altr* militanti ed attivist*, ragioneranno con approfondimenti specifici. Questa l’idea di base che speriamo si strutturi poi da sé senza schematismi precostituiti.
La prima delle due redazioni, che si inaugura con l’articolo di oggi, tratterà da varie sfaccettature del tema dei migranti, manifestatamente molto attuale per diverse ragioni.
Buona lettura!

L’intersezionalità della condizione della donna migrante
di Alessandro Gerosa
L’immagine stereotipata del migrante costruita dai discorsi pubblici e dai dispositivi di governamentalità politica è, in genere, maschile.
Ciò accade a causa di diversi fattori, tutti finalizzati a infondere la paura del diverso: la figura del lavoratore di sesso maschile è storicamente quella su cui si fonda il reddito familiare, dunque il maschio straniero è rapidamente interpretato quale potenziale minaccia per la sopravvivenza economica della famiglia; inoltre le donne sono meno visibili delle loro controparti maschili, giacché svolgono spesso lavori domestici e di cura dei figli nella famiglia migrante, e anche quando lavorano sono impiegate principalmente in lavori di cura domestica (Rubin et al 2008;. Kofman e Raghuram 2009). Non ci si deve dunque stupire se sia nei discorsi politici pubblici sia nelle ricerche accademiche le donne migranti siano state rappresentate come un corollario dell’uomo nella propria migrazione (Pedraza 1991, 306).
Questa immagine stereotipata, però, sembra lontana dalla verità se si osservano i dati: nel 2013 la maggioranza dei migranti in Europa, America Latina e Nord America sono donne, mentre nel mondo le donne rappresentano comunque il 48% dei migranti (UN-DESA e l’OCSE 2013, 2). Va notato che anche la loro rilevanza come forza lavoro e attore economico è in netta crescita, fatto che ha portato eminenti studiose come Saskia Sassen a tracciare fenomeni emergenti di “femminilizzazione della sopravvivenza” (Sassen 2000).
Questa breve analisi quindi intende indagare le intersezionalità tra la condizione di donna e la condizione di migrante, gli abusi di cui esse sono vittime, le sfide che si trovano ad affrontare. I casi di studio scelti sono tratti da cinque Human Rights Watch Report che si occupano di cinque diversi contesti possibili: tre di loro considerano la condizione delle donne immigrate impiegate nei lavori di cura, in un paese occidentale (United Kingdom) (HRW 2014A), in un paese del Medio-Oriente (Emirati Arabi Uniti) (HRW 2014b), e in un paese dell’Estremo Oriente (Malesia) (HRW 2011); uno considera la condizione delle braccianti agricole migranti negli Stati Uniti (HRW 2012a) e uno quella delle donne migranti richiedenti protezione dalla violenza domestica in Belgio (HRW 2012b).
Da un’analisi comparata delle discriminazioni e gli abusi donne migranti subiscono in questi contesti, possiamo isolare molti dispositivi ricorrenti impiegati dai vari attori come anche alcune peculiarità significative.
In primo luogo una ricorrenza significativa presente in pressoché tutti i contesti di sfruttamento lavorativo è la centralità delle agenzie di reclutamento per il lavoro (HRW 2011, 2014b) o degli appaltatori e capireparto (Hrw 2012a). Sono attori simili perché entrambi fungono da intermediari obbligati per i migranti che devono interfacciarvisi per ottenere un rapporto di lavoro dal datore di lavoro. Va osservato che, mentre gli appaltatori e i capisquadra sono spesso gli effettivi perpetratori degli abusi, in quanto figura direttamente a contatto con il lavoratore che funge da filtro fra essa ed il proprietario della piantagione, il ruolo delle agenzie di reclutamento per il lavoro è quello di complice, poiché in questo caso sono i datori di lavoro che mantengono una relazione diretta con il lavoratore.
Nonostante questa differenza, la loro funzione è riportata come simile: se nel caso Malese le agenzie di reclutamento per il lavoro sono segnalate per essere gli attori a cui il governo cambogiano ha abdicato il proprio ruolo (HRW 2011), l’uso di appaltatori e caporali dai proprietari nel settore agricolo è considerato da un datore di lavoro intervistato come una “esternalizzazione del rischio di essere datore di lavoro” (HRW 2012a). Ciò dimostra come gli attori legali (il Governo, i datori di lavoro) per esercitare pienamente i loro dispositivi di potere sui migranti al fine di raggiungere i loro obiettivi (la creazione di flussi migratori verso i paesi stranieri, la piena obbedienza del lavoratore) necessitano di appoggiarsi su Istituzioni private capaci a muoversi con più fluidità e riservatezza in circuiti e pratiche illegali e para-legali, su cui poter scaricare anche le conseguenze morali e giuridiche delle proprie azioni.
Va notato come la migrazione di massa dalla Cambogia alla Malesia sia iniziata nel 2009, in conseguenza dell’approvazione in Indonesia di una moratoria contro la migrazione delle lavoratrici indonesiane impiegate nei lavori di cura in Malesia, successivamente a diversi casi di sfruttamento segnalati dalle proprie autorità. Questo dimostra come sia possibile e potenzialmente efficace un ruolo pubblico attivo in difesa dei propri cittadini.
Un’altra caratteristica comune a entrambi i contesti è il trattamento speciale a cui sono sottoposti i settori produttivi che analizziamo. Sia il settore agricolo che il settore del lavoro di cura domestica sono regolati da discipline normative particolari, con minor protezione e riconoscimento ai sensi delle leggi sul lavoro e di quelle previdenziali. La difficoltà del riconoscimento del lavoro domestico come lavoro effettivo va naturalmente ricondotta alla dimensione storica del lavoro di cura come lavoro riproduttivo, dovere della casalinga, che denota un segregazione di genere nell’accesso al mercato del lavoro per la maggior parte delle donne migranti (Moukarbel 2009), mentre il lavoro agricolo mantiene trattamenti unici e un accesso limitato alle varie leggi di tutela. È anche interessante sottolineare come quasi tutti i governi interessati dai rapporti abbiano sviluppato specifiche protezioni (Hrw 2014b), permessi di soggiorno provvisori (Hrw 2012b), o meccanismi di Referral Nazionali (Hrw 2014A) per le vittime della tratta di esseri umani, certamente una forma di sfruttamento altrettanto spregevole, ma negano l’accesso a queste forme di protezione alle vittime di violenza e di abusi nel lavoro domestico, che evidenzia la invisibilità dei migranti occupati in questi settori di fronte all’opinione pubblica e quindi nell’agenda politica dei governi.
Una terza caratteristica comune ed essenziale è lo stato giuridico del migrante.
In molti paesi analizzati la legge lega il visto di lavoro al datore di lavoro. Questo accade negli Emirati Arabi Uniti con l’istituto giuridico della Kafala, ma anche sotto gli ordinamenti giuridici americani ed inglesi. In particolare, nel Regno Unito tale misura è stata introdotta nel 2011, anche se già nel 2009 la House of Commons Home Affairs Committee in un report avesse dichiarato come mantenere la Migrant Domestic Worker Visa in vigore con le protezioni che essa offriva [fra le quali il diritto garantito di cambiare datore di lavoro senza perdere il visto] fosse “la garanzia più importante” per prevenire il lavoro forzato e la tratta di tali lavoratori (HWR 2014A). E ‘evidente come questa schiavitù conceda un potere di ricatto enorme nelle mani dei datori di lavoro.
La crescente paura della figura del “clandestino” (Quassoli e Carbonaro, 2013) e la volontà pubblica dichiarata di proteggere dall’immigrazione ha portato in tutti i paesi analizzati a criminalizzare i migranti non autorizzati. Ciò mette spesso i governi in conflitto fra il dovere di proteggere ogni persona da abusi in rispondenza delle norme di diritto internazionale, e il dovere di deportarle immediatamente in rispondenza alla legislazione penale o civile (Hrw 2012a). Naturalmente l’aperta minaccia continuamente reiterata da parte dei datori di lavoro di renderli clandestini portano i migranti ad avere una forte paura della polizia (verificata in tutti i cinque rapporti) e a sopportare gli abusi piuttosto che denunciare. Si tratta infatti di una paura giustificata, giacché la condizione di clandestinità comporta un alto rischio di essere immediatamente espulsi come “colpevoli di immigrazione” (HRW 2011), “latitanti” (HRW 2014b) o semplicemente criminali (HRW 2012b) all’atto di denuncia, ed essa costituisce anche una barriera insormontabile per ricevere servizi legali, protezione ed supporto durante il processo. Tutti questi fattori fanno sì che sporgere una denuncia come lavoratrice domestica sia de facto impossibile. Si noti che nel Regno Unito le condizioni di maggiore sfruttamento sulla pelle delle donne migranti si siano verificate nei casi in cui i datori di lavoro appartengono ai corpi diplomatici, a cui viene garantita maggiore impunità grazie a normative straordinarie.
Questo quadro ha portato Frank Field, membro del Parlamento del Regno Unito, a dichiarare in un Review Panel come le donne migranti che subiscano abusi abbiano solo tre (non-)scelte: “rimanere e sottomettersi agli abusi in questione; abbandonare il lavoro e ritornare a casa; o abbandonare e rimanere nel Regno Unito come immigrato illegale ” (HRW 2014A).
Ci sono poi molti altri dispositivi di potere attuati dai datori di lavoro al fine di ricattare il lavoratore. E in effetti sembra che i principali sforzi dei datori di lavoro siano finalizzati a tessere una fitta e complessa rete di ricatti e privazioni tali da porre il lavoratore in una condizione di perenne perenne debito e dipendenza.
In tutti i cinque i contesti la pratica di confiscare i passaporti è stata ampiamente impiegata, come la pratica di impedire la lettura del contratto e il possesso di una copia di esso. I datori di lavoro si adoperano comunemente anche per mantenere i lavoratori in perenne carenza di informazioni sull’ambiente circostante e sui loro diritti. Nel lavoro domestico è pratica ricorrente che i datori di lavoro trattengano ed inviino direttamente una parte del (già scarso) salario come rimessa alla famiglia del lavoratore, rendendo così impossibile mantenersi nel caso in cui decida di fuggire.
Negli Emirati Arabi Uniti le leggi discriminatorie esistenti contro le donne vengono impiegate per ricattare ulteriormente i migranti, dal momento che frequentemente il ​​datore di lavoro denuncia la domestica di Zina, il crimine di avere rapporti extraconiugali, per liberarsi di lei o per ribattere alla sua denuncia per abuso sessuale; essere accusate di Zina è una grave colpa punibile con l’Hadd (flagellazione o lapidazione) e la deportazione immediata del migrante, ma è anche uno stigma sociale opprimente (Hrw 2014b).
Nei casi di violenza domestica perpetrati dai partner in Belgio, anche i bambini diventano un mezzo di ricatto. Se uno dei fenomeni maggiormente analizzati di re-gendering riguarda la struttura translocale delle famiglie delle donne migranti, che di solito si recano all’estero proprio per sostenere i figli in patria, nei processi di ricongiungimento familiare i bambini viaggiano con la madre. Ma quando arriva in Belgio, dove il coniuge si è già stabilito, se la donna decide di fuggire o di denunciare il marito prima che la loro domanda di ricongiungimento familiare sia stata approvata sarà deportata in patria mentre i bambini resteranno con il marito in Belgio. La paura della separazione dai bambini è dunque spesso determinante nella scelta di subire abusi piuttosto che di denunciarli (HRW 2012b).
La quasi totalità delle agenzie private di reclutamento del lavoro​ operanti in Cambogia utilizza politiche del debito spietatamente efficaci. Al momento del reclutamento, le agenzie compiono grandi “donazioni” (riso, telefoni, varie merci) alla famiglia, omettendo che questi siano prestiti e non regali. Questo “dettaglio” viene rivelato solo nel momento in cui la lavoratrice domestica che ha subito abusi chiede all’agenzia di risolvere il contratto e scopre che la rescissione è subordinata al pagamento integrale del debito inconsapevole. Naturalmente l’unico modo che la lavoratrice possiede per ripagare il debito è continuare a lavorare per l’agenzia. Le stesse agenzie detengono le lavoratrici in “centri di formazione” in Cambogia, nei quali subiscono numerosi abusi. Non deve essere in alcun modo sottovalutata la portata della violenza psicologica e simbolica esercitata dalle sopracitate agenzie di reclutamento, che dovrebbero ricoprire il ruolo di primo e fondamentale tutore delle lavoratrici e che invece tramite tali stratagemmi si rendono complici degli abusi compiuti dai clienti: da intermediario che permette di far incontrare domanda ed offerta e garantisce le parti, si trasforma in carceriere che consegna le lavoratrici al cliente e assicura l’inabilità della lavoratrice a reagire, configurando una effettiva schiavitù.
In ultimo lo sfruttamento delle braccianti agricole migranti negli Stati Uniti è davvero illustrativo per molte ragioni.
In primo luogo, essendo nel complesso un settore a dominanza maschile in cui le donne sono poche ed isolate e sempre sotto il comando di un uomo, è il settore in cui gli abusi e le molestie sessuali sono di gran lunga più frequenti che nel settore del lavoro di cura domestica (HRW 2012A ). Ciò può essere motivato anche come conseguenza di un ambiente in cui la pura prevaricazione fisica può essere esercitata senza restrizioni e norme sociali di . Una bracciante intervistata ha dichiarato che “Per una donna sola, c’è molto pericolo…un uomo può prenderti nei campi dove le piante sono più alte di te”, una descrizione che evoca quasi uno “stato di natura” di hobbesiana memoria. Gli abusi sessuali rappresentano tanto la normalità nelle piantagioni che molte braccianti ma anche diversi supervisori e caporali stessi intervistati dichiarano che la facoltà dello stupro viene considerata come una “gratifica accessoria dell’incarico di lavoro” (HRW 2012a).
Un’analisi delle caratteristiche che rendono le braccianti maggiormente esposte al rischio di abusi può inoltre essere utile nello studio generale dei dispositivi di potere utilizzati sulle lavoratrici domestiche. Difatti il Report identifica le ragazze giovani, le migranti di recente arrivo, le donne single (ovvero che lavorano senza il marito o la famiglia) e le popolazioni indigene (persone che spesso non parlano né inglese né spagnolo ma solo Zapoteco, Mixteco o altri dialetti locali) come le più esposte. Risulta evidente la correlazione con i dispositivi di potere che operano anche sulle lavoratrici domestiche: la solitudine caratteristica delle donne single è la stessa che le lavoratrici domestiche affrontano segregate nella casa del datore di lavoro; le insormontabili barriere culturali e pratiche affrontate dalle donne indigene che gli impediscono di esprimersi e farsi comprendere è lo stesso affrontato da parte delle lavoratrici domestiche trapiantate in paesi stranieri senza possibilità di integrazione; la costrizione indotta alle braccianti di recente immigrazione di affidarsi ai capisquadra per il trasporto e l’alloggio è la stessa costrizione indotta alle lavoratrici domestiche di affidarsi ai datori di lavoro per i medesimi servizi.
In conclusione, dall’analisi comparativa che abbiamo condotto sembra infine utile categorizzare i dispositivi di potere visti tramite la tripartizione usata da Moukarbel nel suo studio delle lavoratrici domestiche cingalesi in Libano (2009): potere sulla persona, potere emotivo e potere legale.
Il potere sulla persona è esercitato da dispositivi biopolitici, giacché come abbiamo dimostrato il datore di lavoro detiene un controllo determinante sul corpo stesso del lavoratore, in altre parole detiene il potere di determinare il campo delle possibilità dell’individuo.
Il potere emotivo può essere esercitato tramite molte forme di violenza simbolica spesso indiretta. Moukarbel definisce potere emotivo dispositivi quali il maternalismo o il processo di inclusione forzata come “parte della famiglia”. Forme di potere emotivo sono anche la sottomissione derivante dall’habitus delle lavoratrici, come nel caso dei valori e delle norme di genere inculcate nelle comunità ispano-americane dal Marianismo.
Il terzo potere è il potere legale. E il potere esercitato da parte delle autorità che diviene in quanto tale legittimato. Questo potere legale viene crescentemente esercitato sotto forma di politiche sull’immigrazione, ovvero di regolazione dei flussi e dello status di regolarità, piuttosto che di politiche sui migranti (Quassoli e Carbonaro 2013), il che ci sembra dimostrare l’ipotesi della fondazione dell’ordine sociale contemporaneo sul dispositivo dell’indifferenza, ovvero su un potere che viene esercitato ignorando (De Leonardis 2013).
Si noti comunque a margine come vi siano intersezionalità evidenti tra queste stesse tre categorie di potere: prendendo ad esempio il sistema della Kafala e le leggi britanniche sull’immigrazione che legano il datore di lavoro alle lavoratrici, è evidente che questi siano politiche sull’immigrazione dunque dispositivi di potere giuridico, ma contemporaneamente sono anche dispositivi di potere emozionale dal momento che rafforzano il senso di appartenenza alla famiglia presso cui si lavora.

Bibliografia
De Leonardis O, Altrove. Sulla configurazione spaziale dell’alterità e della resistenza, Rassegna Italiana di Sociologia / a. LIV, n. 3, luglio-settembre 2013
HRW (Human Rights Watch), “They Deceived Us at Every Step” Abuse of Cambodian Domestic Workers Migrating to Malaysia, November 2011
HRW (Human Rights Watch), Cultivating Fear: The Vulnerability of Immigrant Farmworkers in the US to Sexual Violence and Sexual Harassment, May 2012
HRW (Human Rights Watch), “The Law Was Against Me” Migrant Women’s Access to Protection for Family Violence in Belgium, November 2012
HRW (Human Rights Watch), Hidden Away Abuses against Migrant Domestic Workers in the UK, March 2014
HRW (Human Rights Watch), “I Already Bought You” Abuse and Exploitation of Female Migrant Domestic Workers in the United Arab Emirates, October 2014
Kofman E. and Raghuram P., Skilled female labour migration, Focus Migration, Policy Brief, n. 13 April 2009
Moukarbel N., Sri Lankan Housemaid in Lebanon. A Case of «Symbolic Violence» and «Everyday Forms of Resistance», Amsterdam University Press, 01/gen/2009
Pedraza S., Women and Migration: The Social Consequences of gender, Annual Review of sociology, Vol. 17 (1991), pp. 303-325
Quassoli F. and Carbonaro A., «Cattivi con i clandestini»: controllo ed esclusione dei migranti nell’Italia contemporanea, Rassegna Italiana di Sociologia/ a. LIV, n. 3, luglio-settembre 2013
Sassen S., Women’s burden: Counter-geographies of globalization and the feminization of survival, Journal of International Affairs, Spring 2000, 53, 2, ABI/INFORM Global
pg. 503-525
Stevens, E.P. (1973), Machismo and marianismo. Society, 3(6), 57-63

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Author: Redazione

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