Il lavoro non si festeggia

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Il 1 Maggio, anche noi come AltrAgorà a Milano abbiamo snobbato la manifestazione ufficiale dei sindacati per seguire invece la MayDay parade. Prima ancora che una riflessione politica a portarci in quella piazza è stata una connessione sentimentale, l’istintivo sentire quel corteo colorato, multiforme, plurale, come rappresentativo delle nostre vite precarie, molto più del corteo mattutino dei sindacati . E non a caso, a Roma abbiamo seguito la festa del non-lavoro al Forte Prenestino.
Questo articolo breve e scorrevole pubblicato da Andrea Fumagalli lo stesso giorno compie un’analisi interessante della transizione del 1 Maggio da festa del lavoro a festa del non lavoro, e apre a molti interrogativi più che utili necessari.
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Il 1° maggio (con l’ecezione degli Usa) è notoriamente la festa del lavoro. Il che significa che il lavoro va festeggiato ed è oggetto di festa. Un tempo, il lavoro veniva festeggiato in quanto strumento di emancipazione, in grado di fornire i mezzi monetari (reddito) e i diritti di cittadinanza per poter godere del tempo del non-lavoro, ovvero dell’ozio, nel suo più nobile significato (otium).

Era un tempo in cui la separazione tra lavoro e non lavoro era ben chiara e netta. Tale distinzione derivava da un’altra distinzione, funzionale al processo di accumulazione e valorizzazione capitalista: quella tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da cui discendevano i parametri che decidevano quali attività umane dovevano essere remunerate in moneta e quali no (come, ad esempio, il lavoro di riproduzione).

Oggi tutta la vita è messa a lavoro e a valore, ovvero è vita produttiva, sempre più inserita nel processo di mercificazione che accomuna tutte le attività umane, da quella artistica a quella manuale. La svalorizzazione dell’attività creativa-cognitiva, emblema della produzione contemporanea, è oggi archetipo delle mutate condizioni di valorizzazione e delle trasformazioni del lavoro. Il lavoratore creativo-cognitivo, infatti, lavora tutto il giorno, ma viene pagato (e impiegato) solo raramente e, per di più, solo se è disposto ad alienare formazione e competenze in funzione della domanda e delle ideologie dei pochi committenti rimasti. Per il lavoratore creativo-cognitivo, il 1° maggio non può essere dunque la festa del lavoro.

Ma la stessa situazione la vive chi presta lavoro manuale. Le recenti vicende che hanno visto protagonisti i lavoratori, migranti e non, delle cooperative (molte delle quali legate a Lega Coop, il cui ex presidente è oggi ministro del lavoro), dalla Granarolo di Bologna, all’Ikea di Piacenza e all’Esselunga di Milano, solo per citare alcuni esempi, hanno evidenziato come il livello di precarietà e quindi di sfruttamento, con paghe orarie da fame (sino ai 2,80 euro dei lavoratori della Coopservice, nell’indotto dei servizi dell’Università di Bologna), è oramai un fatto esistenziale, che tracima la stessa condizione lavorativa.

Poco meno di un anno fa, il 23 luglio 2013, veniva siglato un accordo tra Cgil, Cisl, Uil, Expo Spa e Comune di Milano per assumere 700 giovani con contratti di apprendistato e a termine, in deroga alle norme vigenti all’epoca (riforma Fornero), e ben 18.500 volontari gratis in vista del megaevento di Expo Milano 2015. Tale accordo ha anticipato a livello locale ciò che poi si è esteso a livello nazionale con la riforma del jobs act: liberalizzazione acausale del contratto a tempo determinato con l’obiettivo di farlo diventare il contratto di lavoro standard in sostituzione di quello stabile, e trasformazione del contratto di apprendistato in contratto di inserimento per i giovani meno qualificati, a stipendio inferiore (-30%) e con agevolazioni contributive solo per le imprese.

Il 1° maggio di quest’anno – coincidenza non casuale – dovrebbe entrare in vigore il progetto Garanzia Giovani, con lo scopo, sulla base delle indicazioni europee, di trovare un’occupazione a più di 600.000 giovani che hanno terminato gli studi, non lavorano e non fanno formazione (i famosi Neet). Nulla di male, se non fosse che tale occupazione si tradurrebbe in prestazioni di servizio civile, corsi di riqualificazione e volontariato. Come aveva anticipato l’accordo per l’Expo Milano 2015, si tratta di giovani precari che lavorano gratis o, nella migliore delle ipotesi, sottopagati.

Se le cose stanno così, c’è veramente poco da festeggiare. Oggi il 1° maggio non può essere più la festa del diritto al lavoro. Dovrebbe trasformarsi, se di festa si tratta, in festa del non-lavoro e del reddito di base, ovvero richiesta di libertà di scelta del lavoro e di autodeterminazione di vita, contro l’imperante ricatto sempre più massiccio della damnatio del lavoro per sopravvivere.

Non sarà un caso che il termine “lavoro” etimologicamente significhi “dolore”, “pena”, “tortura” e che oggi non implichi più dignità ma povertà. E non sarà un caso che negli ultimi anni in Italia la manifestazione più partecipata del 1° maggio non è il tradizionale corteo mattutino indetto dai sindacati tradizionali bensì la MayDay Parade di Milano, appunto una parade, festa del reddito e del non-lavoro.

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Author: Redazione

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1 Comment

  1. Il 1 Maggio festa del Lavoro o del non lavoro? 
    Un quesito non da poco . Il primo Maggio, lo ammetto, ho scelto di “festeggiarlo” al  MayDay  di Milano, sia per i contenuti che per la gioiosità della festa stessa. Molti di quei giovani e meno giovani che ho incontrato quel pomeriggio purtroppo il quesito non se lo possono nemmeno porre. Non lavorano e di conseguenza non possono fare altro che “festeggiare ” il non lavoro. Ma non solo non lavorano, hanno anche pochissime speranze di lavorare in futuro e tantomeno di trovare un lavoro dignitoso. Ormai i numeri della disoccupazione sono drammatici. Ma come dice Fumagalli la riflessione da fare è su che cosa è oggi il lavoro per chi lo ha e su come dobbiamo vedere il concetto di lavoro oggi nella nostra società . La nostra costituzione attraverso l’articolo 1 sancisce che siamo una Repubblica fondata sul lavoro ed inoltre  attraverso l’art. 36 che la retribuzione che uno percepisce deve essere proporzionata alla qualità e quantita di lavoro svolto, in ogni caso sufficiente per garantire a se e alla propia famiglia  un esistenza”libera e Dignitosa”!
    Tutto ciò attulamente non avviene più e le recenti leggi emanate hanno definitivamente cancellato diritti acquisiti negli anni e fatto sì che si debba ormai rinunciare ad un lavoro, sia produttivo che cognitivo, riconosciuto, nello stipendio come nelle mansioni, per quello che davvero vale. Non solo: con le attuali retribuzioni coloro che lavorano non hanno più nemmeno la possibilità di scegliere come vivere il propio tempo del non lavoro, cioè quello del riposo. Oggi rispetto a ciò che ha vissuto la mia generazione ( ho 46 anni) il rapporto domanda /offerta è tale che la possibilità di scelta di un lavoro non esiste più, se non in rari casi: moltissimi giovani si vedono umiliati da ciò che gli viene offerto dopo anni di studi universitari, master, dottorati etc. Di conseguenza ritengo che oggi il lavoro in Italia abbia completamente perso il suo significato che era secondo me quello di permettere banalmente ad una persona di scegliere come vivere la propia vita nella sua pienezza. Mi spiego: considerando il lavoro come il  mezzo per ottenere sostentamento per se e per la propia famiglia ed avere un minimo eccesso di reddito, la propia vita si completa pienamente attraverso il godimento del tempo libero che ognuno sceglie di vivere come più lo soddisfa, sia questo lo studio, il viaggio, l’arricchimento culturale o lo sport. Oggi tutto ciò non può assolutamente più avvenire in quanto non solo ciò che si percepisce per il lavoro spesso non è sufficiente al sostentamento ma, anche se lo fosse, spesso i contratti a cui si è costretti ( a tempo determinato, a progetto, con paritita Iva etc ) risultano tali da limitare la possibilità di spendere tempo per la realizzazione personale. Penso quindi che debba davvero essere rivisto il concetto di lavoro e di non lavoro. Non può il lavoro essere ridotto al significato di “dolore” ” pena ” tortura”. Ovviamente in questo panorama è assolutamente impensabile che vengano valorizzati e adeguatamente remunerati quelli che venivano una volta definiti i non lavori cioè quelli che le attuali forme di valutazione del PIL vedono come improduttivi.
    Nella nostra esistenza trascorriamo quasi la metà del nostro tempo lavorando e mercificando purtroppo una delle cose più preziose che abbiamo: il nostro tempo. Oggi questo bene prezioso, uno dei più preziosi che abbiamo, lo vediamo comprato a basso costo (2,80 l’ora!) da chi può permettersi di decidere della nostra vita. Per questo concordo con il fatto che il 1 maggio non può più considerarsi la festa del lavoro ma deve essere rivista come la manifestazione del non lavoro della possibilità dell’autodeterminazione e della dignita personale che passa attraverso la possibilità di rifiutare una lavoro sottopagato e lesivo per la propia dignità, e questo può avvenire anche attraverso il diritto al reddito di cittadinanza. Consentire ad una persona di rifiutare un lavoro perchè non adeguato come riconoscimento della propia esperienza , pittosto che perhcè sottopagato, garantisce dignità e possibilità di autodeterminare il propio fiuturo.Per me la MayDay ha rappresentato queste istanze che devono tornare ad essere centro di una politica del lavoro e sociale di quelle forze ,(le chiamiamo di sinistra?) che da sempre vedono questi valori come parte integrante del loro esistere.

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